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ANDARE PER FARE COSA? |
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Andare per “esserci”.
Essere presenti è già atto di grande amore. Vuol dire che
quelle persone ci stanno a cuore; vuol dire che la loro
situazione ci interessa; vuol dire che non le dimentichiamo
e ci sentiamo coinvolti nei loro problemi e nei loro bisogni.
Andare per “incontrare”
le persone, la loro cultura, l’altro che è diverso da noi,
nella consapevolezza che nell’incontro ci si arricchisce,
che nell’incontro c’è anche la possibilità di capire meglio
se stesso, che nell’incontro si possono stabilire vincoli
di amicizia, di fraternità, di pace, che nell’incontro c’è
la possibilità di ricostruire l’unica famiglia delle tante
persone sparse per il mondo.
Andare per “ascoltare”.
Per cui non portiamo progetti che nascono dal nostro mondo,
ma ci mettiamo in atteggiamento di ascolto del loro mondo e
della loro cultura per progettare insieme nella certezza che
così si potrà realizzare qualcosa di vero e di sostenibile.
Andare per “condividere”
la vita, le esperienze, quello che si è e che si ha.
Condivisione che si traduce in una fattiva attenzione ai
loro problemi. Al centro degli interventi, allora, c’è
il loro bisogno e non il nostro desiderio di fare del bene.
Al primo posto non mettiamo neanche il nostro dovere e
impegno di esercitare la carità ma la situazione dell’altro
e le sue esigenze.
Andare sì per “portare la canna da
pesca”, per collaborare ed aiutare per una vera
promozione umana, senza però vergognarci di vivere un servizio
concreto nelle situazioni di emergenza, fedeli alle parole
di don Vittorio che diceva: “Chi ha fame, ha fame subito.
E non può aspettare”.
Andare per “evangelizzare” perché
sappiamo che l’unica e vera salvezza per ogni uomo è l’incontro
con Cristo Gesù. Per cui il nostro andare non può prescindere
da questo impegno di evangelizzazione che si concretizza nella
testimonianza di una vita di amore che diventa servizio. Sarà una
evangelizzazione realizzata nello “stile” laicale, che quindi
si lega profondamente con la promozione umana.
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