16 apr, 2026
L’uomo appassionato del fare, l’imprenditore della carità, il maestro della comunicazione, il pendolare della solidarietà. Quanti volti ha avuto don Vittorio Pastori? A raccontarli sono stati alcuni collaboratori e volontari di Africa Mission Cooperation and Development che in passato e anche nel presente hanno operato per il Movimento.
L’occasione l’ha offerta la celebrazione del centenario della nascita di don Vittorione che si è svolta nella sede di Piacenza e ha aperto ufficialmente i festeggiamenti per l’importante anniversario: una sessantina sono stati i presenti – fra cui l’assessora del Comune di Piacenza Nicoletta Corvi e la consigliera della Fondazione di Piacenza e Vigevano Giovanna Palladini – che hanno partecipato alla messa celebrata dal vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio Adriano Cevolotto e poi all’evento successivo, conclusosi con una ''cena povera'' a base di pane, olio, sale e pomodori.
«Una celebrazione che raccoglie cento anni e tante esistenze donate». Così il vescovo Cevolotto ha dato avvio all’evento ricordando nella sua omelia «come don Vittorio si sia lasciato interrogare dalla vita e dai fatti e il suo esempio di don Vittorio ci aiuta a credere che quello che sembra impossibile in realtà è possibile».
''Don Vittorio secondo me'': le testimonianze e i ricordi
Nella seconda parte della serata, introdotta dal presidente di Africa Mission don Maurizio Noberini e dal direttore Carlo Ruspantini e coordinata dalla giornalista Elisabetta Paraboschi, c’è stato spazio per le testimonianze di chi ha conosciuto don Vittorione.
«La prima volta in cui, da sindaco, incontrai il vescovo Enrico Manfredini, lui mi raccomandò tre questioni – ha ricordato Stefano Pareti, primo cittadino di Piacenza dal 1980 al 1985 – la prima era dare una mano a don Bosini, responsabile dell’associazione ''La Ricerca''; la seconda riguardava l’acquisto dell’edificio che ospita ancora la scuola ''Dante Alighieri'' e infine la terza era relativa a Vittorio Pastori, responsabile di Africa Mission. Su quest’ultimo punto monsignor Manfredini fu categorico e mi disse l’associazione aveva bisogno non tanto dell’aiuto dell’amministrazione, ma di quello della città. La settimana successiva, sollecitato dal giornalista Sandro Pasquali, andai nella sede di Africa Mission e lì conobbi il suo fondatore. Successivamente, nel 1984, partecipai all’ordinazione di don Vittorio a Varese e per l’occasione gli consegnai la sua carta d’identità, simbolo del bene che Piacenza gli voleva. Per l’occasione, davanti a più di 2000 persone accorse per il ''pendolare della solidarietà'', annunciò la perforazione del primo pozzo in Uganda».
Dal ''pendolare della solidarietà'' alla passione del fare
«Di Africa Mission ricordo tutto – spiega la giornalista Maria Vittoria Gazzola – la prima sede aveva una vetrina in via Scalabrini su cui era riportata la scritta ''Viaggi'', ma non era agenzia di viaggi. Inizialmente venivano organizzati percorsi in Uganda e in Kenya, le persone che partecipavano si impegnavano a riempire metà valigia con cose da lasciare giù alle popolazioni in difficoltà. Don Vittorio era rimasto colpito la regione del Karamoja, una realtà che sembrava all’epoca abbandonata anche da Dio e in cui i missionari vivevano di stenti. Quello che ho imparato da lui è che nella vita bisogna lavorare e fare per andare controcorrente, individuare un’idea che ci può piacere e che stimola la passione a fare».
Don Vittorio, ''imprenditore della carità''
«Da giovane mi sono trovato coinvolto nell’azienda conserviera di famiglia – spiega Cristiano Politi, volontario storico del Movimento – e quando ho conosciuto don Vittorio ho subito visto in lui una carica travolgente. Era un imprenditore della carità e come azienda iniziammo a mandare in Uganda bancali di prodotti. Ma non bastava: i dipendenti andavano maggiormente coinvolti e così mi venne l’idea di proporre loro di dedicare una giornata di lavoro ad Africa Mission e di chiedere ai nostri fornitori di donarci barattoli, zucchero e frutta per coinvolgere tutti in questo aiuto».
Conoscere, giudicare e agire: la mission in Karamoja
«Sono sceso in Karamoja nel 1984 – ricorda l’ex professore dell’Università Cattolica di Piacenza Giuseppe Bertoni – era una missione composta da tecnici e antropologi: abbiamo trascorso lì un mese e poi abbiamo lasciato un gruppo di laureati incaricati di effettuare alcune rilevazioni da esaminare successivamente. In effetti siamo scesi anche l’anno dopo, ma era il luglio del 1985, in Uganda avvenne la rivoluzione e noi finimmo prigionieri dei rivoluzionari: ricordo ancora don Vittorio che venne schiaffeggiato da uno di questi perché si rifiutava di dire dove fosse il denaro. Quello che ricordo di lui è il suo modo di agire che è poi quello del Movimento: si basa sul conoscere e sul giudicare la realtà esistente e i problemi e poi sull’agire in modo concreto».
Il ''maestro della comunicazione''
«Sono sceso in Uganda per la prima volta a 18 anni, nel 1988 – sottolinea il fotoreporter Gianni Cravedi – e sono tornato dopo quasi trent’anni, nel 2017: ho visto un salto clamoroso in avanti, ma tutto quello che oggi il Movimento fa era già stato tracciato da don Vittorio. Ricordo che non era mai fermo, non si è mai risparmiato: era un maestro del comunicare e ha fatto tantissimo»
Il vescovo Cevolotto: ''Africa Mission, una questione di famiglia''
Nel 2023 monsignor Cevolotto è sceso in Karamoja con Africa Mission: a quell’esperienza si è riallacciato per il suo intervento conclusivo della giornata.
«Il viaggio fatto con Africa Mission mi ha dato l’idea di una realtà che si è evoluta – spiega il vescovo Adriano Cevolotto – siamo passati da un’emergenza al fatto che non è sufficiente fermarsi qui: è vero che chi ha fame ha fame subito, ma dopo il cibo c’è anche altro, ci sono l’istruzione, la formazione, il lavoro. Durante il viaggio ho cercato di cogliere le domande che la realtà ti pone: domande che sono provocazioni perché ti chiedono di lasciare andare ciò che sei stato. L’esperienza di don Vittorio in questo senso può dirci tanto: lui che inviava tonnellate di speranza e aveva questa capacità di appassionare e appassionarsi, che attraverso il grido dava voce ad altre grida. Mi piace anche sottolineare come ciò che ha creato, Africa Mission, sia una questione di famiglia e mantenga questo suo tratto unendo Italia e Uganda».